Prima lettura (Gn 3,1-5.10)
Salmo responsoriale (Sal 24)
Seconda lettura (1Cor 7,29-31)
Vangelo (Mc 1,14-20
«Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo e diceva: Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1, 14 15). La brevità del tempo e il bisogno di conversione sono le tematiche di questa domenica.
Giona esorta alla conversione il popolo di Ninive con la stessa motivazione: la loro città, così grande e bella, non ha solide fondamenta; Dio può distruggerla e la distruggerà fra poco (quaranta giorni), se essi non torneranno a Dio riconoscendo la propria superbia e i peccati che essa trae con sé; soltanto la conversione al Signore otterrà la sua misericordia e la città sopravvivrà.
Della provvisorietà di tutto ciò che è umano ci parla anche Paolo nella seconda lettura: il tempo è ormai breve e il mondo che conosciamo e di cui godiamo passa rapidamente: «La rappresentazione di questo mondo finisce» (1 Cor 7,31); è come il vestito, come ciò che è esterno e apparente, in confronto a ciò che è stabile ed eterno. Ognuno deve rendersi conto che non ha senso perdere ciò che è eterno per cercare ciò che è caduco e accidentale.
Gesù annuncia: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (v. 15). E’ ormai imminente una radicale trasformazione dell’uomo e della sua storia secondo un nuovo schema divino; per questo s’impone all’uomo una radicale trasformazione interiore ed esteriore. Gesù si è appena incontrato con Giovanni Battista al Giordano, ma i due proseguono in direzioni diverse; Giovanni conclude la sua missione, Gesù intraprende appena ora la sua.
«Dopo che Giovanni fu arrestato ... » (v. 14). Bisogna tener sempre presente in questo «dopo» il momento dei cieli aperti, dell’eterno che irrompe nel tempo e lo arresta e lo volge. Da quel momento tutto diventa diverso. Gesù comincia ad andare spinto dalla forza dello Spirito, quasi impaziente di scuotere, di svegliare tutti, perché «il regno di Dio è vicino» (v. 15). C’è, in questo suo andare, la gioia del messaggero che annuncia un fatto meraviglioso, perciò chiama altri a seguirlo, a farsi messaggeri. E anche in questo infrange tutte le regole del tempo passato: in tutta la grande tradizione orientale non è mai il maestro che cerca il discepolo, è sempre il discepolo che cerca il maestro. Qui Gesù sembra fare l’opposto.
Ma Gesù non è un maestro in cerca di discepoli, è il Figlio prediletto, il primogenito che corre e annuncia e chiama: «Seguitemi» (v. 17), perché sa che ormai lui, il Figlio, può dispensare le gioie del Regno. Dice: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini» (v. 17). Non dice vi farò diventare qualcosa di diverso da quello che ora siete; dice: prenderò quello che siete, quello che il Padre ha messo in voi come germe, che avete vissuto come potevate e sapevate, e lo trasformerò nell’essenza dei vostro essere perfetto e completo. No, non è in cerca di discepoli; l’amore e la gioia lo agitano e lo spingono, lo fanno andare incontro ai fratelli per dire «vieni», come lo si direbbe a un bimbo senza casa sul far della sera, a un povero affamato mentre si va a pranzo.
Gesù comincia l’opera che il Padre gli ha assegnato; ed è un inizio gioioso. Il Padre ha disposto le cose e ora lui, il Figlio, che ha accettato tutto in quell’attimo e si è caricato della sua missione, s’inserisce di slancio in quel movimento cosmico che cambia corso alla storia ed è destinato a riportare tutto al Padre.
Vicino come un batter di ciglia, prossimo come uno strappo nella pelle c’è quel momento in cui la porta della morte dovrà essere forzata dalla sua carne viva; da quella porta tremenda passerà lui per primo, poi gli altri, tutti, arriveranno con lui alla casa del Padre. Per questo parte di slancio, con in mano un dono d’amore per tutti i suoi fratelli: «Seguitemi ... » (v. 17).
E’ finito il tempo dell’attesa, il tempo è compiuto, nella parola e nella persona storica di Gesù si fa vicino il regno di Dio. Esso è qui, ora, a portata di mano come reale possibilità offerta a tutti, e non solo a Israele di liberazione, di giustizia, di pace e di felicità. Anche nella seconda lettera ai Corinzi l’apostolo insiste sullo stesso tema con parole forse più incisive quando afferma: «Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: "Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso". Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,1 2).
Ecco... ora; non fra un mese, fra una settimana, fra un giorno, ma ora. L’impegno della conversione deve accompagnarci sempre, deve diventare sollecitudine di ogni ora. Il nostro deve essere un cammino di continua conversione; nessuno di noi sa quanto durerà tale cammino.
Di qui nasce l’importanza dei tempo che deve essere impiegato a questo scopo. Forse la visione del tempo come itinerario di conversione è legata a un’altra prospettiva della nostra fede: «Passa la scena di questo mondo» (v. 31), si legge alla fine della seconda lettura odierna; il mondo è dunque soltanto un’immagine, non abbiamo quaggiù una città stabile, l’habitat del credente non è la terra, ma il cielo: «La nostra patria è nei cieli» (Fil 3,20).
L’unica condizione richiesta, per prendere parte a questa nuova possibilità, è la decisione di cambiare, di convertirsi; è il coraggio di rischiare la vita su quest’offerta annunciata: credere nel vangelo. Una rottura con le paure e le schiavitù del passato e un’apertura piena e libera al nuovo futuro, offerto da Dio. Solo chi percepisce che non c’è più tempo da perdere, che è nel presente che si gioca tutto il futuro, può cogliere e vivere il messaggio del vangelo; tutto è puntato sull’urgenza del presente, inizio del nuovo, cioè del «regno». Quindi: «Convertitevi» (Mc 1,15).
Convertirsi vuol dire seguire Cristo, lasciarsi guidare da lui, lasciando da parte tutto ciò che non è lui. Simone e Andrea lasciarono le reti e lo seguirono; Giacomo e Giovanni, chiamati allo stesso modo, lasciarono il padre e si misero alla sua sequela. Convertirsi quindi non è che fare una continua scelta tra Cristo e tutto ciò che non è Cristo.
Proprio per questo motivo la conversione non finisce mai, perché l’esperienza ci insegna che il lasciare ciò che non è Cristo per Cristo, è un cammino che si può, anzi si deve vivere giorno per giorno, ma non si può mai esaurire; c’è sempre qualche cosa da lasciare, c’è sempre qualche passo in più da fare con Cristo.
Se confrontiamo la brevità misteriosa del tempo e la necessità interminabile della sequela di Gesù, comprendiamo fino in fondo che cosa significhi convertirsi e nello stesso tempo che cosa esiga tale conversione. In questa sequela, il « lasciare tutto» non è un fatto facoltativo o un consiglio evangelico, ma la condizione fondamentale per entrare nel regno.
Questo però non è un atto volontaristico; si è in grado di lasciare tutto, solo per la grande gioia di avere scoperto «il tesoro», «la perla preziosa». Per questo si lascia tutto e si segue lui, la vera «colonna di fuoco» che porta l’uomo fuori dalla schiavitù verso la libertà di figli di Dio.
Cristo, poi, ci vuole pescatori di uomini; e c’è identità di destino tra lui e i suoi. La nostra vita, come comunità cristiana, non ha senso se non come visibilizzazione nel mondo del suo amore salvifico. Perciò, anche se vediamo i nostri limiti e le nostre inadempienze con una chiarezza sempre maggiore che umanamente ci potrebbe scoraggiare, dobbiamo credere, sapere, che il disegno di Dio si compirà.
Sperare non è un invito, ma un dovere per ogni cristiano. Sperare con costanza, con fedeltà: questo noi possiamo e dobbiamo offrire in risposta al dono così prezioso che il Signore ci offre. Il piano divino di salvezza è in atto nella storia umana, siamo chiamati ad accettarlo, rinunciando a ogni cosa che possa ostacolarlo.
Nella nostra storia, qui e ora, siamo di fronte a un Dio che agisce in essa per la nostra salvezza e sollecita la nostra adesione. La meta è certa e irreversibile; non si perde più nella lunghezza senza limite del tempo; il tempo si è fatto breve; Cristo ce ne ha portato l’annuncio.
Affrettiamoci alla conversione perché il regno di Dio è vicino.
O Padre, che nel tuo Figlio ci hai dato la pienezza della tua parola e del tuo dono, fa’ che sentiamo l’urgenza di convertirci a te e di aderire con tutta l’anima al vangelo, perché la nostra vita annunzi anche ai dubbiosi e ai lontani Unico Salvatore, Gesù Cristo.


































