Prima lettura (1Sam 3,3-10.19)

Salmo responsoriale (Sal 39)

Seconda lettura1 (Cor 6,13-15.17-20)

Vangelo (Gv 1,35-42)

Dio ci conosce e ci chiama per nome (prima lettura), e quando noi lo cerchiamo con animo semplice egli ci invita a metterci in cammino e a stare con lui (vangelo), perché possiamo diventare suoi testimoni (v. 41). Una testimonianza che diventa credibile e feconda, quando impegna la totalità della nostra persona e della nostra vita (seconda lettura).Questo, in sintesi, il messaggio che ci viene proposto dalla liturgia odierna.
Abbiamo ascoltato i testi biblici che narrano la vocazione di Samuele e poi quella dei primi discepoli di Gesù: Giovanni, Andrea, Natanaele, Simon Pietro, ecc. Sono storie apparentemente semplici e perfino banali, ma ci vengono proposte per stimolare una fedeltà personale a Gesù Signore.
Nella vocazione di Samuele si può subito intuire lo stile di Dio nel chiamare o manifestarsi all’uomo. Egli chiama per nome: «Samuele, Samuele! », e questo sta a significare che la sua è sempre una chiamata personale e non anonima; è una chiamata originale per ciascuno; chi ci chiama ci conosce per una vera conoscenza d’amore.
Samuele tuttavia non è in grado di riconoscere subito la voce di Dio. Dio sempre ci trascende, a volte ci sconcerta; Dio è supremamente libero nel suo agire. Se da una parte quindi emergono oggettivamente delle difficoltà a riconoscere la voce di Dio, meditando il brano vi possiamo anche scoprire la paziente pedagogia di Dio nell’inserirsi nel cuore dell’uomo. Dio si adatta; chiama con gradualità; dà tempo all’uomo; gli rinnova la sua chiamata. Samuele è chiamato una prima, una seconda, una terza volta...
A questo punto intervengono gli intermediari che possono aiutare a conoscere la voce di Dio che chiama; nel caso di Samuele è il vecchio sacerdote Eli, il quale nella sua saggezza suggerisce al giovane Samuele come comportarsi. Da qui vediamo come nella chiamata entri quasi strutturalmente la presenza di mediazioni umane; lo vedremo anche nel brano di Giovanni. Spesso per uscire dal dubbio, dall’incertezza, è indispensabile l’aiuto di qualcuno.
Ma non è ancora tutto: si deve sottolineare la disponibilità assoluta di Samuele: «Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta». Solo un’attenta vigilanza e disponibilità a «non lasciare andare a vuoto una sola delle sue parole» può portare il chiamato, prima o poi, a riconoscere la voce di Dio, ad accoglierla e a lasciarsi da essa guidare. Da quanto si è detto si intravede quindi lo stile di Dio nel chiamare qualcuno alla sua sequela.
Nessuno può diventare da solo discepolo o credente; per tutti i chiamati l’iniziativa proviene da un altro. Se per Samuele c’è Dio stesso e poi la mediazione umana di Eli, Pietro per esempio è accompagnato da Andrea suo fratello.
Tutto questo ci porta a sottolineare un’altra realtà evangelica entrata nell’esperienza cristiana: è nella comunità e dalla comunità che i chiamati riconoscono di aver incontrato il Signore; poi ci sarà la dimensione dell’annuncio. Dio infatti chiama sempre per una missione, per portare agli uomini un suo messaggio, la cui testimonianza richiede coraggio e sacrificio; pensiamo al sogno di Samuele e che tipo di annuncio era chiamato a portare al vecchio sacerdote Eli.
«Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli» (Gv 1,35). Il battesimo al Giordano attirava una gran folla di giudei; perciò Giovanni era ancora là; ma dove e come Gesù aveva passato quella notte? I cieli si erano aperti su di lui e lo Spirito era disceso a riempirlo, ad avvolgerlo: passa ancora il tempo per chi ha vissuto questo? O è tutto condensato, risucchiato in quell’istante?
Tutta la notte, con il suo mistero di luce e rivelazione investitura; il tempo tutto, gli eoni, spalancati davanti a lui che, perciò, dopo può dire a Simone: «... Tu ti chiamerai Cefa» (Gv 1,42), come ricordando il futuro. Quella notte, che lo ridesta al mistero del Padre, che è anche il suo mistero, può veramente passare?
Il giorno dopo: Giovanni con i suoi, i giudei che vengono a farsi battezzare; i due discepoli di Giovanni che lo seguono; uno esce e torna con il fratello... tutto si muove, tutto comincia a svolgersi e ordinarsi intorno a lui.
Solo Gesù è come lontano, come assorto, sospeso tra il prima (la casa di Nazaret e il suo vivere di tutti i giorni) e il dopo (la missione che inizia). Il punto dal quale tutto si origina è quel momento nel quale la voce si è fatta sentire. Ora è come se da quel punto che è in lui, da quella voce che risuona dentro, prenda origine un movimento che si dilata in cerchi sempre più grandi e attira verso il centro tutti coloro che ora devono incontrarlo. E così, intorno a questa figura silenziosa e avvolta nel mistero, quasi nascosta dentro la luce, tutti cominciano a pronunciarsi: Giovanni per primo: «Ecco l’agnello di Dio », (v. 36); poi i due: «Maestro, dove abiti?» (v. 38); poi Andrea: «Abbiamo trovato il Messia» (v. 41).
Già inizia qui quel movimento potente verso il compimento, che il tempo attende da sempre; e lui, come sospeso al centro di tutto questo, abbraccia con un solo sguardo tutto il prima e tutto il poi, in un arco che comprende e consuma la sua vita attuale, il suo uso di questo corpo di carne. Sa che, in fondo a tutto questo, c’è ancora una luce accecante, un momento che sarà l’epilogo e poi il ritorno, la risurrezione.
Ora a quei due che lo seguono può dire solo: «Venite e vedrete» (v. 39). Lui già vede,  già sa e riconosce quelli che ha intorno: ... «Tu sei Simone, figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa» (v. 42).
«Maestro dove abiti?» (v. 38), che può significare anche: dove risiedi profondamente e costantemente? qual è il tuo centro vitale, la tua grandissima ragione di vita? qual è la tua esperienza religiosa, ossia il tuo modo di esistere? E Gesù: « Venite e vedrete» (v. 39), cioè apritevi a me e seguitemi, allora vi renderete conto personalmente della mia esperienza religiosa e dei miei interessi profondi. Dobbiamo con Gesù riscoprire la nostra vera speranza, ciò che vale nella vita, la sapienza della vita.
Ora, ci racconta Giovanni, Gesù vive da sempre orientato vitalmente verso il Padre, in dialogo intimo e profondo che lo apre a un’esperienza unica con lui (Gv 1, 1). L’evangelista lo descrive ancora abbracciato «al seno del Padre» (Gv 1,18). Tale è l’intimità e la comunione di Gesù con il Padre. Qui risiede Gesù; qui dimora abitualmente.
E quest’esperienza egli intende ora comunicare a quanti decidono di andare e rimanere presso di lui (cf. Gv 1,39). Si tratta di fare esperienza personale di Gesù, un’esperienza che ci permette di vedere il Padre: «Filippo, chi vede me vede il Padre» (Gv 14,9).
Seguire Gesù per rendersi conto dove dimora e dimorare con lui, costituisce il perno essenziale della vita e dei rapporti con le persone e le cose; il perno delle speranze e della vocazione di un uomo. E’ l’equilibrio vero di una persona che intende crescere veramente nella vita. Quest’incontro con Gesù vale sempre; è valso per i due che lasciarono tutto e lo seguirono, perché Gesù costituì per essi una potente ragione per cambiare tutto, lasciare tutto; anzi costituì il fascino segreto e perenne della loro vita. Un ricordo da non dimenticare più: «... erano le quattro del pomeriggio» (v. 39).
Questa scoperta vale anche oggi, vale per tutti quelli per i quali Gesù diventa il punto in cui convergono tutti gli interessi della loro esistenza e i più profondi aneliti.
Quello che conta, mi sembra, è che ormai Gesù è presente nella vita di queste persone e la sua presenza esige inevitabilmente una presa di posizione. Andrea e Pietro sono i prototipi dell’adesione positiva a Cristo che la chiesa dovrà imitare.
Tuttavia dobbiamo anche ribadire che la prontezza a rispondere non basta: bisogna che si verifichi concretamente l’incontro con la rivelazione del mistero e ciò esige a sua volta dei testimoni, delle testimonianze che provochino l’incontro e il riconoscimento. E’ il sacerdote Eli che interpreta per Samuele il carattere divino della sua chiamata; è il Battista che indica in Gesù «l’Agnello»; è Andrea che chiama a Gesù Simone suo fratello. E’ nella comunità e dalla comunità concreta che gli autori delle tre testimonianze riconoscono di aver incontrato il Dio di Gesù, operante nel suo Spirito.
O Dio, che riveli i segni della tua presenza nella chiesa, nella liturgia e nei fratelli, fa’ che non lasciamo cadere a vuoto nessuna tua parola, per riconoscere il tuo progetto di salvezza e divenire apostoli e profeti dei tuo regno.