Avvento: 4a domenica
La casa di Davide e la casa di Dio fra noi 2 Sam 7, 1 5.8b 12.14a.16
II mistero nascosto per secoli ora è rivelato Rm 16, 25 27
II Signore è con te: ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce, lo chiamerai Gesù Lc 1,26 38

 

 

Avvento: Venuta di Dio in mezzo agli uomini. La conversione e l'umiltà cui siamo stati chiamati nel corso di questo tempo di avvento hanno per scopo di preparare una casa nella quale Dio possa fare la sua dimora. È su questa casa che siamo invitati a riflettere oggi. Dio non cerca un tempio splendido che manifesti la sua maestà, ma cuori puri e docili alle indicazioni del suo Spirito: «Così dice il Signore: Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi. Quale casa mi potreste costruire?... Su chi volgerò lo sguardo? Sull'umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi teme il Signore». (Is 66,1 2). Essi sono la casa di Dio. Tale deve essere anche la chiesa che, oltre ad accogliere il Signore, diventerà capace di accogliere anche tutte le gemi della terra.
1. FARE O DIVENTARE LA CASA DI DIO?
L'unità delle letture di questa liturgia sta in una rivelazione molto importante per noi: siamo chiamati a preparare una dimora per il Signore che viene in mezzo agli uomini, ma chi, in realtà, costruisce quella casa, non siamo noi ma Dio stesso. Questo implica per noi un profondo cambiamento di mentalità: forse siamo pronti a fare molte cose per Dio, e anche grandi sacrifici, ma ci vien chiesto di lasciarci modellare e plasmare da Dio. Solo così la casa di Dio corrisponderà veramente alla dimora che egli intende abitare.
Nella prima lettura due concezioni di Dio sono messe a confronto. Indubbiamente Davide ama il Signore con grande forza. Al momento dell'ingresso dell'arca nella città di Davide, ha esultato e danzato davanti a Dio di fronte al quale il re d'Israele non è nulla (vedi 2Sam 6,12 23). È quindi enorme lo scandalo della diversità esistente fra la casa di Davide e quella del Signore. Può forse Dio abitare una tenda da beduini mentre Davide dimora in una casa di cedro? (vedi 2Sam 7,2). L'intento del re è dunque del tutto legittimo: se io vivo in questa casa, tanto più il Signore, il Re dei re, deve abitare in un palazzo più sontuoso ancora. Per Davide, Dio è il re, e tale deve essere manifestato dalla casa che gli costruirà. Il tempio progettato è come un inno a «colui che è».
Nella sua risposta il Signore insiste però su un'altro aspetto della sua divinità. Quasi tutti i verbi sono al futuro, un futuro che rievoca e prolunga quello con cui Dio si era rivelato a Mosè nel roveto: «Io sarò quel che sarò» (Es 3,14). Dio è colui che sempre sta per manifestarsi; non lo si può rinchiudere in formule conosciute e sempre ripetute. È meglio per lui una tenda provvisoria, che già in sé è appello a qualcos'altro, che un tempio che assume le caratteristiche del duraturo. Per di più, se Davide, uomo di guerra, facesse un tempio a Dio, l'immagine di Dio che ne risulterebbe sarebbe forzatamente quella del «Dio forte in battaglia» (Sal 24,8). Ora, prima di tutto, Dio è Dio di misericordia. Per questo non volle che il tempio fosse costruito da chi «ha versato troppo sangue», ma da un «uomo di pace»: Salomone (il cui nome è già un manifesto di pace) (vedi 2Cron 22,7 10).
La vera casa di Dio non sarà tuttavia il tempio, nemmeno quello di Salomone. Sta in realtà nei lombi di Davide, in una discendenza uscita dalle viscere del figlio di lesse. Ad un primo livello di comprensione si deve intendere ovviamente Salomone, ma si deve anche andare al di là di lui. Lo dimostra il brano parallelo di 1Cron 17,11 ss che ripropone esattamente la stessa promessa in un tempo in cui non esiste più la monarchia in Israele. Si deve quindi guardare a quel Salomone del Cantico dei cantici che è lo sposo d'Israele: il Messia. Che egli sia la casa del Signore lo dichiara Dio stesso: « Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio» (2Sam 7,14). Cos'è una casa, se non il luogo dove un padre vive con dei figli? Il tempio potrà quindi scomparire, ma non la dinastia di Davide, non il Messia preparato fin dai tempi antichi per il giorno in cui deve essere rivelato.
Dio certo è «colui che è», ma più ancora è colui che viene; più importante del suo presente è il suo futuro che è inscindibile dalla persona del Messia.
2. GESÙ FA DI SUA MADRE LA CASA DI DIO
Da solo però il Messia non è ancora la casa di Dio: è suo figlio, cioè il suo futuro. Su di lui si concentra il vangelo odierno.
Gabriele, l'angelo del Signore, si presenta davanti a Maria di Nazaret. L'importante non è sapere come le apparve, e nemmeno come è fatto un angelo. Luca precisa il nome di quest'angelo: è Gabriele. Con ciò rimanda i suoi lettori ai due passi della Scrittura dove Gabriele appare. In Dn 8,16, è incaricato di spiegare una visione che concerne l'abbattimento «senza intervento di mano d'uomo» di un « re audace, sfacciato e intrigante» che farà prosperare l'empietà (cf. Dn 8,23 25); in Dn 9,21, Gabriele interviene nuovamente per spiegare a Daniele il segreto dei settant'anni di cui parla Ger 25,11 s e 29,10, settant'anni che diventano settanta settimane (Dn 9,24), le quali sono così fondamentali in Lc 1 2, giacché, secondo i conti di Luca stesso, settanta settimane separano l'annunciazione della nascita di Giovanni Battista dalla presentazione di Gesù al tempio. Al termine di queste settanta settimane, sarà messo fine all'empietà, sarà espulsa l'iniquità e avverrà l'unzione del Santo dei santi (vedi Dn 9,24). L'apparizione di Gabriele a Nazaret è l'annuncio della realizzazione di tutto questo: Gesù che sta per nascere è l'altare del tempio di Dio.
Maria è «una vergine», e con questo Luca rimanda alla versione dei LXX di Is 7,14 che aveva già visto nella «giovane donna» di cui parlava Isaia una «vergine», riferendo così la profezia alla «vergine figlia di Sion» di Is 37,22 (cf. 2Re 19,21, Lam 1,15) e vedendo nel figlio nascituro il Messia davidico. È quel che conferma la parola dell'angelo a Maria (vera rilettura midrashica di 2Sam 7,12 16) nei vv. 30 35.
La risposta dell'angelo si conclude con la dichiarazione che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37). Con questo allude ad un'altra annunciazione vetero testamentaria, quella contenuta in Gn 18 dove viene promessa ad Abramo la nascita di un figlio nella sua vecchiaia: «C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore?» (Gn 18,14). Isacco, il figlio di Abramo, il suo «unico», «quello che ama» (vedi Gn 22,2), gioca un grande ruolo nella tradizione ebraica: è il frutto della promessa di Dio fatta ad Abramo, ma lo sarà solo perché offerto in sacrificio sul monte Moria (vedi Gn 22,16 18), tant'è vero che, secondo la lettura giudaica, è il sangue d'Isacco che salvò gli ebrei nel giorno della loro uscita dall'Egitto. Così viene profetizzato il destino di Gesù.
Altare, Messia, Isacco definitivo: così appare Gesù. Vi è però un'ultima rivelazione nell'indicazione secondo la quale «lo Spirito stenderà la sua ombra» su Maria (vedi Lc 1,35). Il verbo utilizzato qui rimanda al testo di Es 40,34s dove vien detto che la «nube dimorava sulla tenda del convegno». La versione greca dei LXX utilizza qui lo stesso verbo di Luca: « La nube stendeva la sua ombra su di essa». Dunque, così come la nube copriva la dimora che la Gloria del Signore riempiva, così lo Spirito copre Maria, dimora della Gloria di Dio. Gesù appare in questo modo come quel che gli ebrei chiamano la shekhinah, cioè la presenza di Dio in mezzo agli uomini. E Maria è resa tempio di Dio, giacché in lei riposa la shekhinah, l'altare e la vittima sacrificale. Tale è la casa di Dio.
3. LO SPIRITO COSTRUISCE LA CASA DI DIO
Maria è tempio di Dio, ma anch'essa è profezia e figura. È «colei che ha creduto» (Lc 1,45). Questo titolo è il commento di Elisabetta al «sì» di Maria espresso nelle parole: «Eccomi, sono la serva del Signore, mi avvenga secondo la tua parola» (v. 38). La Vergine è quindi figura di quelli nei quali la fede si fa ubbidienza. Ora a questa fede non è chiamata solo Maria ma tutte le genti, come ricorda Paolo nell'epistola odierna (vedi Rm 16,26).
Si mette così in evidenza un ultimo punto importante: credere non è aderire intellettualmente a delle verità di fede, ma è entrare in un mistero insondabile con le facoltà intellettuali, perché Dio non è un problema matematico, ma un Padre amante degli uomini, al quale si può aderire solo consegnandosi a lui totalmente. È quel che fece il Figlio (vedi Eb 5,8), al seguito di quel figlio che è Israele (vedi Es 4,22) il quale dovette imparare che solo attraverso l'ubbidienza ai comandamenti si diventa popolo di Dio. Nel regime della prima alleanza, però, solo Israele poteva ascoltare e mettere in pratica, perché solo ad esso era stata affidata la torah. Con Gesù il mistero della giustizia di Dio viene rivelato a «tutte le genti» perché tutti possano giungere all'«ubbidienza della fede» (come suona letteralmente Rm 16,26) e quindi diventare a loro volta figli. Allora è davvero costituita la casa di Dio: Gesù diventa «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29, dove il testo gioca sull'opposizione tra l'uno e i molti = tutti; vedi anche Eb 2,11) ed insieme a loro forma il tempio di Dio (vedi 1 Cor 3,16, 2 Cor 6,16 18; Ef 2,21 s, ecc.).
L'essere casa di Dio è in fin dei conti la ragione per cui la fede non può essere che ubbidienza, perché il tempio è il luogo dove Dio viene servito. Vi sono certo diversi modi di servire: c'è la schiavitù   quella ad esempio d'Israele in Egitto   ma questa non è ubbidienza, è oppressione; c'è poi quel che viene opposto nella Bibbia alla schiavitù: il servizio di Dio (cf. Es 3,12, 4,23, ecc.), l'ubbidienza cioè alla legge. E questa è la vera libertà secondo la lettura giudaica di Es 32,16: «Le tavole erano opera di Dio, la Scrittura era Scrittura di Dio, scolpita sulle tavole»; questo testo vien commentato così: «Non legge `scolpita' (harut), ma `libertà' (herut), perché non vi è alcuna vera libertà fuori dallo studio della legge» (Pirqé Abot 6.2). Servire Dio e ubbidirgli è dunque la libertà gloriosa dei figli di Dio, perché là dove è lo Spirito, là è la libertà (2Cor 3,17) e che fa lo Spirito se non appunto conformarci all'immagine del Figlio (2Cor 3,18), permetterci cioè di volere quel che Dio stesso vuole (Mc 14,36 e par.)?
Preparata così la casa del Signore, egli può venire a fare la sua dimora in mezzo a noi. L'avvento non ricorda solo il tempo precedente la venuta di Gesù di Nazaret, è anche un tempo in cui siamo chiamati a riprendere coscienza che sempre il Signore viene... Ma perché questo avvenga, egli ha bisogno di qualcuno che lo accolga.
Dio grande e misericordioso, che tra gli umili scegli i tuoi servi per portare a compimento il disegno di salvezza, concedi alla tua Chiesa la fecondità dello Spirito, perché sull'esempio di Maria accolga il Verbo della vita e si rallegri come madre di una stirpe santa e incorruttibile.