CONVENTION INSEGNANTI E FORMATORI SCUOLA E FORMAZIONE PROFESSIONALE SALESIANA
a cura di Don Gianni Mazzali
CREDO E SPERO NELL’EDUCAZIONE
1. INTRODUZIONE : ADEGUARSI O IMPEGNARSI?
Sono ben consapevole di correre il rischio di rifugiarmi nella sicurezza dei luoghi comuni ed anche della possibilità di un atteggiamento scontato e quasi usurato da parte vostra. Reagisco fin dalle prime battute e mi impongo da un lato di accettare la provocante sfida dell’educazione oggi e dall’altro di sperare che siate qui con la determinazione di accettarla anche voi e di scacciare i demoni della sufficienza e della saturazione. «La crisi dell’insegnamento non è crisi di insegnamento, è crisi di vita» scrive con profonda intuizione Péguy.
Vorrei prendere le mosse proprio da questa che preferisco considerare una provocazione piuttosto che un assioma. E’ essenziale attivare subito un legame diretto con la vita, abbandonando i surrogati e raggiungendo il cuore, la verità più profonda del fatto educativo. Adeguarci è un rischio che corriamo tutti oggi, quasi vittime di una “anoressia dello spirito” e rinunciatari nei confronti dell’essenziale aggancio alla vita, ad una realtà profonda che rafforza la nostra identità e infonde energia e dinamismo al nostro essere ed operare.
Non adeguarsi, non ripiegarsi stancamente significa essere determinati ad affrontare integralmente la sfida della vita, rifiutare di stare ai margini, di contemplare in modo distratto o assente una realtà che non riusciamo o non vogliamo fare nostra. Impegnarsi significa affrontare di petto il fatto educativo, prendere sul serio la nostra identità di uomini, di donne e l’identità dei nostri bambini, ragazzi e giovani.
Il nemico che ci attende al varco è l’assuefazione ad un rito sempre uguale che ormai ripetiamo da troppo tempo e che stenta a coinvolgerci. E’ vero che a destarci da un certo torpore ci pensano i ragazzi, i giovani con la loro passione, con le loro manie, con il loro modo di guardare alla vita, con quelle che appaiono a noi come contraddizioni. “Ma è l’orchestra che esegue la sinfonia. E l’orchestra, in questo caso, sono gli uomini e le donne a cui oggi viene chiesto di ritrovare dentro se stessi, malgrado tutte le difficoltà, la passione educativa” (La sfida educativa, pag. 71).
Essi stessi, i nostri ragazzi, ci spingono ad andare alla radice di tutto, a raggiungere il cuore, a riscaldare, riaccendere il cuore. Dal cuore nasce la passione, l’anelito a vivere in pienezza, a non accontentarsi di piccole schegge e frammenti.
Impegnarsi significa ripartire dal cuore, ricollegandoci direttamente all’impulso iniziale che ha convinto don Bosco a battersi per i giovani, senza risparmiarsi, fino all’ultimo respiro: “L’educazione è cosa di cuore”.
Davvero vorrei prendere le mosse proprio di qui: da una determinazione convinta che diventa scelta di vita, professionalità vissuta, preoccupazione, condivisione, sofferenza, consegna di sapienza e di vita vissuta.
“Gli sbandati siamo noi educatori, non sappiamo che cosa dire. Carichiamo sui giovani i nostri sbagli. Siamo noi che dobbiamo metterci in discussione. Seguendo lo schema di Emmaus: i due discepoli vivono una situazione spirituale dopo l’evento Gesù. Il loro cammino è “postcristiano”, senza il brivido della novità, della speranza. Sono nella noia, senza aspettative. Questa è la situazione in cui viviamo noi oggi sia l’evangelizzazione che l’educazione. Il Cristo è un evento passato. Dobbiamo ricuperare il metodo di Gesù che supera il blocco dei discepoli ponendo loro delle domande, provocandoli. E’ lo stesso percorso che dobbiamo seguire noi con i giovani. Dobbiamo chiedere, porre loro domande, provocarli, superando un atteggiamento iperprotettivo. E’ necessario superare la barriera dell’incomprensione e attivare percorsi di reciprocità. E’ l’atteggiamento di Gesù che vuole imparare, che ascolta, si informa della realtà come è vissuta da loro e poi spiega le Scritture, rendendole Tradizione. Tradizione intesa come realtà presente, illuminata dal passato per progettare il futuro. E poi Gesù cammina insieme. E’ necessario reagire all’individualismo selvaggio di oggi, alla società dei “single”, alla filosofia del “sono fatti miei”, all’allergia ai “legami”, all’assolutizzazione dell’autorealizzazione. Bisogna avviare un percorso per cui si va “oltre” se stessi, in cui ci si cura non soltanto dei fiori, ma anche dei frutti. Educare ed evangelizzare sono percorsi che puntano entrambi verso l’altro e l’Altro” (Giuseppe Savagnone, Palermo 2 febbraio 2010).
Gli spunti che vi propongo intendono davvero stimolare la parte migliore che c’è in noi, le energie palesi ed anche nascoste per costruire insieme, giorno dopo giorno una vera rivoluzione educativa che umilmente si impegna per la costruzione del progetto più impegnativo: il progetto uomo!
2. LA REALTA’ CI PROVOCA
Mi permetto di presentarvi alcuni elementi (e non ho la pretesa di essere esaustivo) che mi sembrano definire dal punto di vista socio-culturale l’ambiente umano in cui viviamo, che respiriamo e che condiziona la nostra lettura del fatto educativo e la nostra stessa opera di educatori. La nostra epoca viene spesso indicata dagli studiosi e dagli osservatori come “postmoderna” e in riferimento alle convinzioni religiose collettive “postcristiana”.
2.1. Vita Liquida
Mi riferisco a questa espressione che rappresenta il titolo dell’ultima opera del sociologo ebreo-polacco Zygmunt Bauman e che intende presentare in figura il vivere dell’uomo nell’epoca postmoderna. La vita liquida è precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza. La vita liquida è una successione ininterrotta di nuovi inizi. Ciò che occorre fare è correre con tutte le proprie forze per restare nella stessa posizione.
“La modernità(…)poteva fare riferimento ad un orizzonte di valori ampiamente condivisi, da cui le scelte dei singoli venivano chiaramente legittimate o sanzionate. Questa visione sostanzialmente unitaria manca alla postmodernità, caratterizzata dalla frammentazione, dalla complessità, dalla prevalenza della dimensione individuale. Il desiderio di autorealizzazione conta più del bene comune; i legami tradizionali si allentano; tutto si fa più precario ed incerto” (La sfida educativa, 49-50).
“Un attimo: in una società liquido-moderna gli individui non riescono a consolidare i loro risultati in proprietà durature. Le situazioni in cui si opera e le strategie formulate per operare in tali situazioni invecchiano rapidamente e diventano obsolete prima che gli attori abbiano avuto un qualche possibilità di apprenderle correttamente”.(Zygmut Bauman, Laterza Vita liquida).
Bauman evidenzia in questo suo studio alcune tendenze dell’uomo in questa condizione particolare:
- spezzare i legami;
- esorcizzare la paura;
- la sindrome consumista;
- la velocità;
- l’estraneità urbana;
- il prezzo dei figli.
“Inferno e Utopia”: l’esatta percezione di un mondo divenuto quello che è. Inferno è dunque la fine dell’Utopia? Di certo è la sua potente ed irreversibile crisi. L’Utopia di Tommaso Moro era il sogno di un mondo perfetto, sicuro, purificato dalle incertezze. Gli uomini hanno sempre dato la caccia alle loro Utopie, non le hanno mai realizzate. Il sogno collettivo è stato ormai del tutto rimpiazzato dal sogno individuale. La modernità pretende l’uso delle cose e il loro successivo abbandono, consumiamo per sopravvivere e per far sopravvivere. Il gioco più popolare del momento si chiama fuga, spiega Bauman, visto che non c’è possibilità di migliorare il mondo e l’incertezza c’è e resterà, l’unico obiettivo rimane uno: cercare di non perdere. “Il sogno di rendere l’incertezza meno terribile e la felicità più permanente cambiando il proprio ego, e il sogno di cambiare il proprio ego cambiandogli i vestiti, è l’utopia dei cacciatori”. Si fugge dall’incertezza e dagli interrogativi esistenziali inventandosi una caccia, ma la lepre da cacciare non ha alcuna rilevanza. La vera spinta è la caccia in sé. Dichiarare la fine alle azioni di caccia significherebbe ammettere la sconfitta dell’Utopia e il precipitare nell’Inferno”.
2.2. Tutto è relativo: l’assioma del “pensiero debole”
“La Verità con la V maiuscola che mai vuol dire? Quid est Veritas, dobbiamo riconoscere che quel procuratore vedeva giusto e che era anzi all’avanguardia. Bisogna mettere solo minuscole ovunque. "Tutto è relativo, ecco il solo principio assoluto", diceva già il nostro Padre Auguste Comte. Poiché l’abbiamo fatta finita con il positivismo classico, è vero, ma il fatto è che noi viviamo nel mondo di Auguste Comte: la Scienza (lato della ragione) completata dal mito (lato del sentimento)” (Jacques Maritain, Il contadino della Garonna ).
“Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo” (J.Ratzinger, Missa pro eligendo Pontifice).
Al di là delle affermazioni filosofiche e culturali, la nostra esperienza ci pone spesso a contatto con modi e stili di vita basati esclusivamente sul soggetto, sulla sua percezione in quel momento, sui suoi desideri, sulle sensazioni che sta vivendo, senza riferimento ad una scala di valori universali e perenni. L’espressione frequente sulle labbra di molti “Che male c’è, in fondo?”, denota esattamente l’indisponibilità a non confrontarsi con valori che non siano quelli percepiti in quel momento dal singolo.
A livello educativo le sfide a questo proposito sono molteplici: l’educazione della coscienza, del senso morale, il discorso sulla libertà, il tema dei diritti e dei doveri, l’accettazione di regole universali valide per tutti i sempre, il valore della persona umana, il riconoscimento dei diritti dell’altro, ecc.
Chi lavora sul campo, in famiglia, nella scuola, in parrocchia e all’oratorio o in altri ambienti sa quanto il dialogo con giovani ed anche adulti su questi temi sia delicato, difficile e talvolta inconcludente.
L’icona del relativismo e del soggettivismo sono oggi i “Talk-shows”: ognuno esprime su temi spesso scottanti la propria opinione o convinzione personale, viene bollato di chiusura mentale e di oscurantismo chi non si adegua ai modelli del permissivismo e della trasgressione e poi…l’importante è che ognuno se ne torni alla casa convinto di avere ragione
2.3. Autorità in calo, aggressività in aumento.
L’eclissi o forse il tracollo del principio di autorità apre la strada a varie forme di autoritarismo, perché in una società dove i meccanismi di autorità si sono indeboliti non s’inaugura un’epoca di libertà, ma un periodo di arbitrarietà. Nella relazione genitore-figlio percepita come simmetrica, l’adulto, incapace ormai di contenere le pulsioni e l’ansietà del giovane, si propone come «adulto-venditore», che utilizza prima la via della seduzione per legittimarsi, poi quella della coercizione. “Le inchieste condotte sul continente giovanile negli ultimi anni dicono che a scuola le preferenze degli studenti vanno ai docenti capaci di stabilire una relazione non soltanto incentrata sulla prestazione scolastica, ma anche attenta alla dimensione personale. I giovani continuano a guardare agli adulti. Sono forse gli adulti che hanno smarrito la propria responsabilità di educatori per stanchezza, sfiducia, senso di impotenza, malinteso rispetto per la libertà dei ragazzi” (La sfida educativa, pag. 57-58).
2.4. Dal futuro promessa al futuro minaccia.
“Vorrei infine proporvi un pensiero che ho sviluppato nella recente Lettera enciclica Spe salvi sulla speranza cristiana: anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini "senza speranza e senza Dio in questo mondo", come scriveva l'apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12). Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita”(Lettera di Benedetto XVI alla diocesi e alla città di Roma sul compito dell’educazione, 21 gennaio 2008).
“Genitori, professori ed educatori si propongono, invece, di formare i giovani in modo che siano armati contro un futuro che si prospetta duro. L’idea di un futuro minaccioso domina la mente degli educatori che, di conseguenza, si comportano come chi deve aiutare a combattere per superare il pericolo ed uscire vittorioso. «Così la nostra società diviene sempre più dura: ogni sapere deve essere utile, ogni insegnamento deve servire a qualcosa. Con la vittoria del neoliberismo, infatti, l’economicismo è diventato, nel mondo odierno, una specie di seconda natura. L’economia è.” (M.Benasayag, G.Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2004, p. 44).
2.5. I miti del nostro tempo
Culto della giovinezza, idolatria dell'intelligenza, ossessione della crescita economica, tirannia della moda: sono alcuni dei miti di oggi che Umberto Galimberti passa in rassegna per smontarli e denunciarne la natura ingannevole, mostrando come i falsi miti siano in realtà "idee malate", non avvertite come tali, e quindi tanto più capaci di diffondere i loro effetti nefasti senza trovare la minima resistenza. Sono i miti del nostro tempo, le idee che più di altre ci pervadono e ci plasmano come individui e come società. Quelle che la pubblicità e i mezzi di comunicazione di massa propongono come valori e impongono come pratiche sociali, fornendo loro un linguaggio che le rende appetibili e desiderabili. I miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi non logici, ma psicologici, e quindi radicati nel profondo della nostra anima. Sono idee che abbiamo mitizzato perché non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola rassicurano. Eppure molte sofferenze, molti disturbi, molti malesseri nascono proprio dalle idee che, comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero, non ci consentono più di comprendere il mondo in cui viviamo. Per recuperare la nostra presenza al mondo dobbiamo allora rivisitare i nostri miti, sia quelli individuali sia quelli collettivi, dobbiamo sottoporli al vaglio della critica perché i nostri problemi sono dentro la nostra vita, e la nostra vita vuole che si curino le idee con cui la interpretiamo.
C’è bisogno come l’ossigeno di riflessioni che separino ciò che è fittizio e frutto di illusioni da ciò che un’epoca ha di più vitale; i miti del nostro tempo sono appunto quei pensieri elementari “che ci possiedono e ci governano” inconsciamente, pensieri con i quali si vuole sommariamente rispondere ai quesiti che ci pone la vita, sono quelle idee fisse da cui è necessario liberarsi per approdare a uno sguardo il più possibile lucido e oggettivo, fuori dalla modalità delle ideologie contemporanee.
Anche in questo lavoro di smantellamento attraverso la riflessione e l’offerta di modelli alternativi l’educatore, ogni educatore è impegnato, direi provocato, in prima linea.
2.6. Il venire meno del “senso” e la cultura “dell’insensatezza”
La ricerca del “senso” è oggi un’espressione di moda, ma spesso tale ricerca si scontra con un contesto in cui è il “non senso” a dominare, quasi che una certa moda “demenziale” e alquanto superficiale riesca ad oscurare un bisogno fondamentale che, quando inibito, genera forti squilibri. Il senso della vita si riferisce al significato e alla direzione del vivere, ma dice anche provenienza e appartenenza e quindi postula autorità e tradizione, richiede confronto, mediazioni e la determinazione di limiti che delimitano e qualificano il senso stesso.
“Senza l’aiuto di un senso critico e di un’appartenenza più grande io giovane sperimenta anche l’urto solitario della sua inesperienza e della sua incertezza, la pressione incombente della complessità del mondo, l’asprezza della sua dura competitività e della sua impietosa richiesta di prestazione. L’esistenza si trova così divisa tra sogno di potenza e di rassicurazione e realtà di rischio e di insicurezza, tra libertà soggettiva e determinismo sociale, tra narcisismo individuale e omologazione di gruppo e di massa”(La sfida educativa, pag.6) (smarrimento, solitudine profonda, segreta depressione, sofferenza, ma non contestazione-conflitto di un tempo, piuttosto modello rampante della sovrastima di sé e del successo narcisistico e quello depresso della rinuncia a vivere la vita in prima persona, cinismo carrierista o conformismo gregario).
La cultura dell’insensatezza nasce dalla scissione di intelligenza e affettività. La razionalità, per lo più in chiave scientifica e tecnologica, è concepita come freddo potere analitico e organizzatore, mentre l’affettività (in senso emotivo) è avvertita come la relazione calda con gli altri e il mondo, ma al di fuori della ragione (il mondo dell’evasione, affettività istintuale, convulsione di sensazioni) che difficilmente consente di raggiungere la maturità.
2.7. Le patologie giovanili
Gli studi sulla condizione giovanile oggi parlano spesso di “fatica del vivere”. Una delle manifestazioni più evidenti è la devianza, l’esodo cioè di tanti giovani verso soluzioni ed esperienze di vita all’insegna della trasgressione. Accenno ad alcune in particolare.
- La tossicodipendenza. Il fenomeno oggi si caratterizza per la grande diffusione delle cosiddette “droghe leggere”, magari con pratiche meno invasive, con esperienze da sballo praticate in una cerchia ristretta e con problematiche sempre più difficili da riconoscere.
“La ricerca scientifica afferma che coloro che iniziano a bere e a drogarsi da adolescenti hanno elevate possibilità di diventare alcol-dipendenti e dediti alla droga. Ecco alcuni segnali inviati dai giovani coinvolti nella cultura della sballo: mutamento del ritmo sonno-sveglia; mutamento delle abitudini alimentari; mutamento del modo d’essere e dell’umore; persistente difficoltà di concentrazione; scarso o eccessivo interesse per le attività ricreative; insofferenza alle disapprovazioni così come alle approvazioni” (A.Oliverio Ferraris- A. Rustichelli, La cultura dello sballo tra gli adolescenti, in S. Ferraroli, Educare si può, pagg. 10-11, LDC, 2010).
- La criminalità minorile
Il fenomeno è costantemente in crescita. Dal 2000 al 2004 è passato da 38.000 a 41.000 soggetti e mediamente oltre 6000 ragazzi l’anno sotto i 14 anni. Preoccupa la “precocizzazione” del problema e la diffusione di “bande” che consumano atti di violenza efferata.
- Il bullismo
Con questo termine, ormai tristemente familiare, si identificano comportamenti di prevaricazione, di vessazione ed anche di vera violenza da parte di ragazzi-adolescenti verso i loro coetanei. Si indicano in particolare tre caratteristiche:
+ la persistenza degli atti di prevaricazione;
+ l’abuso fisico e psicologico da parte di colui che li esercita, creando dipendenza in chi li subisce;
+ l’intenzionalità di tali comportamenti.
“L’emergenza più acuta sembra proprio quella dell’assuefazione al male di vivere. Oggi il male di vivere è reale, quasi incombente e immanente, e poche sono le reazioni che abbiano un senso e una prospettiva di vita (…)” (G. Vico, Emergenza educativa e oblio del perdono, in S. Ferraroli, Educare si può, pag. 11).
- La violenza su se stessi
Sotto questo titolo prendiamo in considerazione soltanto due aspetti:
- Il tasso di suicidi di adolescenti-giovani, in costante incremento nelle società “complesse” come l’Italia, negli ultimi vent’anni si è raddoppiato.
- I disturbi alimentari, anch’essi in preoccupante aumento:
+ l’obesità;
+l’anoressia che consiste in un ostinato rifiuto di cibo accompagnato all’uso di lassativi, da vomito indotto e dalla negazione costante del problema; i fattori di rischio sono naturalmente in questo caso molto alti. Segnalo in particolare un aspetto di questa anomalia che va sotto il nome di “drunkoressia” cioè astinenza dal cibo per potersi permettere “l’abbuffata alcolica”;
+ la bulimia simmetrica all’anoressia dal punto di vista psicologico: abbuffarsi di cibo e subito dopo assumere lassativi e praticare il vomito indotto.
La sfida a questo livello è attivare esperienze e luoghi di esperienza in cui la fatica di vivere diventa man mano benessere, grazie ad esperienze ordinarie che fugano l’unico appagamento della trasgressione e dello straordinario.
2.8. Le dipendenze da Internet
Una dipendenza da Internet è un qualunque comportamento legato ad un'attività online, cui non si riesce a fare a meno (compulsivo). Questo comportamento interferisce in maniera significativa con la vita quotidiana personale a livello familiare, sociale, lavorativo, ecc. Per il soggetto dipendente, l'esigenza di essere collegato a Internet (non a scopo lavorativo o di studio o in qualche modo produttivo) diventa tale da far passare in secondo piano qualunque altro aspetto della propria vita.
Diversi sottotipi di dipendenza da Internet sono stati identificati. Alcuni sono la versione "aggiornata" e digitale di dipendenze già note, altri invece sono fenomeni inediti legati alle nuove tecnologie della Rete.
Tra le più diffuse dipendenze da Internet si contano quelle da (articoli presto disponibili):
? sesso virtuale e pornografia online
? chat e relazioni virtuali
? giochi di ruolo online
? gioco d'azzardo online
? aste online
Secondo I. Goldberg (1995), questo nuovo disturbo è caratterizzato da sintomi di assuefazione (avere bisogno di quantità sempre maggiori per mantenere l'effetto desiderato) e di astinenza (episodi di crisi dovuti alla mancanza dell'oggetto di dipendenza), tra cui:
- tremori, brividi, nausea, cefalee
- ansia e umore instabile
- pensieri ricorrenti legati a Internet
- desiderio impellente di collegarsi a Internet
- mantenimento dei propri ritmi eccessivi di navigazione online nonostante evidenti segni di -- - compromissione della vita personale, sociale.
I giovani, e in particolare gli studenti, sono la categoria più a rischio dipendenza. Sono infatti incoraggiati a utilizzare il computer (per studio, ricerca, comunicazione), spesso frequentano ambienti dove computer e collegamenti gratuiti sono disponibili (biblioteche, università, Internet caffè), dispongono di dispositivi mobili (cellulari, palmari, PC portatili) che permettono di restare sempre online, collegati alla Rete. Inoltre i giovani attraversano una fase evolutiva in cui l'identità in formazione e la frequente insoddisfazione per le proprie relazioni e qualità della vita rendono più attraenti le possibilità di sperimentazione e interazione offerte dalla Rete
3. IL CORAGGIO DI EDUCARE A SCUOLA E NELLA FORMAZIONE PROFESSIONALE, OGGI
Effettivamente ci si sente spiazzati come educatori oggi. Il disorientamento che si vive nella scuola non è molto diverso da quello della famiglia, della comunità cristiana o di altre agenzie educative che stentano ad assumere la loro funzione propria, in modo pieno e al tempo stesso rinnovato.
Tanti atteggiamenti culturali, come si diceva sopra, e tanti eventi che li documentano e ne derivano allo stesso tempo indicano, come viene suggerito da più parti che stiamo vivendo una sorta di eclissi dell’educazione. La citazione che vi propongo dal libro di P. Crepet, Cuori violenti. Viaggio nella criminalità giovanile, Feltrinelli, Milano 2008, pag. 158 dice degli atteggiamenti dei ragazzi e dei giovani e del nostro disorientamento:
“Questa società non ama i suoi ragazzi. Noi adulti pensiamo spesso l'adolescenza come un'età che deve passare il più in fretta possibile, perché fa paura, perché è lo specchio su cui si riflette tutto quello che non siamo riusciti a costruire: un futuro dignitoso, delle regole etiche in cui credere, un lavoro decente, una casa per crescere. Anzi siamo infastiditi dalla creatività degli adolescenti, perché temiamo la loro critica: i ragazzi vanno bene finché ossequiano il nostro ordine, finché confermano l'immagine vincente e graffiante che ci siamo costruiti per noi. Li vorremmo nostri replicanti. Distruggiamo i loro parchi, gli lasciamo qualche sala giochi, gli vendiamo cuffie stereofoniche perché si possano ancor più isolare, gli regaliamo macchine velocissime per poi piangere sui loro incidenti del sabato sera. Gli vendiamo birre e pilloline eccitanti e poi firmiamo appelli per chiudere le discoteche un paio d'ore prima (…) Perché non riusciamo n credere in loro? Perché ci meravigliamo, allora, quando vediamo questi ragazzi già così vecchi, bruciati perfino nella fantasia?”.
E’ necessario reagire.
3.1. L’insegnante non è solo un professionista o un facilitatore
La tentazione di ridurre l’educazione all’efficienza delle tre i è forte in tutti noi: inglese, informatica, impresa. In fondo si tratta di una nuova ideologia, che ci può prendere: “l’ideologia della professionalizzazione”, come l’ha definitiva lo studioso francese Christian Laval, secondo la quale l’educazione che la scuola impartisce avrebbe senso solo in quanto utile ai processi economici e produttivi. “Si determina in tal modo una convergenza oggettiva tra una ragione che rinuncia a misurarsi con la ricerca di un fondamento e una tecnologia sempre più potente e sempre più autogiusticantesi” (La sfida educativa, pag. 52).
L’insegnante viene spesso ridotto ad essere allenatore, trainer, facilitatore per allenare gli alunni, per addestrarli, mentre è indotto ad astenersi dal trasmettere un “sapere”, valori, visioni del mondo ed esperienze significative. E’ serio il problema quando insegnanti e studenti perdono l’orientamento: gli uni non sanno perché dovrebbero insegnare e gli altri si chiedono perché devono studiare materie e nozioni che non recano alcun utile.
Ci soccorre qui la “ragione” pilastro fondamentale del Sistema Preventivo. Il riferimento diretto è all’uomo, al suo sviluppo pieno, integrale, a quel supplemento d’anima che induce l’insegnante ad essere educatore e a curare che la didattica non sia fine a se stessa, ma si apra ad un vera comunicazione educativa. Il contrasto forte tra educare e sedurre (e-ducere e se-ducere) va vissuto proprio in chiave di crescita e formazione sana dell’allievo e non della sua strumentalizzazione in funzione dell’autocompiacimento dell’insegnante o di altri obiettivi utilitaristici.
“Le inchieste condotte sul continente giovanile negli ultimi anni dicono che a scuola la preferenze degli studenti vanno ai docenti capaci di stabilire una relazione incentrata non soltanto sulla prestazione scolastica, ma anche attenta alla dimensione personale. I giovani continuano a guardare agli adulti. Sono forse gli adulti che hanno smarrito la propria responsabilità di educatori per stanchezza, sfiducia, senso di impotenza, malinteso rispetto per la libertà dei ragazzi” (La sfida educativa, pag.58).
3.2. Insegnante come costruttore di identità personale
“Dal terremoto dell’io, dalla frammentarietà dell’io deriva una frammentazione della vita. La trascuratezza dell’io determina lo sbandamento del popolo. La trascuratezza dell’io, quell’essere fuori da sé fa fuori la realtà. Di fronte a questa emergenza siamo costretti a guardarla in faccia, a prendere in mano questa sfida, a fare i conti con il reale così com’è. I giovani come gli adulti possono ripartire dall’io e dalla realtà di fronte ad un’attrattiva vincente che ci introduce alla realtà.
Non si tratta di comunicare una nuova teoria dell’educazione. E’ inutile fermarsi alle analisi e ad un generico richiamo alle “regole”. Occorrono maestri, e ce ne sono, che introducano alla realtà totale. Educare significa aprire l’uomo alla realtà, a ciò che sta fuori, ma anche dentro di sé. Vivere vuol dire stabilire rapporti con ciò che ci alimenta, che ci fa essere. Noi siamo costituiti da un “cuore” che vuole essere sostenuto a stare di fronte al dramma della vita.
Di fronte ai terremoti c’è una strada. Un impeto di vita, una speranza certa che fa affrontare il dolore, il dramma e la morte. Dentro le circostanze anche dolorose la speranza si documenta come “segreto mistero” che cambia e rinnova le persone. Nel nostro Paese, nelle nostre scuole mai come oggi è necessario rilanciare l’educazione come avvenimento. E’ necessario rilanciare il rischio di educare. Rischio vuol dire accettare l’imprevisto e la possibilità di ricominciare a partire da risposte concrete, praticate, possibili, vive. Ne va del nostro presente e del nostro futuro” (Angelo Lucio Rossi, Il Sussidiario.net).
Ci sono alcuni elementi a questo proposito che è utile mettere in evidenza mentre continua a soccorrerci l’appello ad una razionalità piena e matura postulata dal Sistema Preventivo. Emerge dalle indagini sociologiche l’insicurezza e la fragilità degli uomini e delle donne di oggi, espresse dalla difficoltà a fare scelte chiare, a prendere posizione in modo netto, a rinunciare, scegliendo, a molte altre possibilità. Sembra che nella persona si indebolisca il baricentro, un centro interiore di unità che gli consenta di riconoscere valori e disvalori, bene e male, un cammino piuttosto che un altro.
L’insegnante educatore si inserisce consapevolmente in questa debolezza, la vive egli stesso, ma si impegna e dare risposte, nella comunicazione educativa, a questa autentica crisi della persona, della sua piena razionalità e relazionalità di fronte alle persone e agli avvenimenti. La cultura vera rivela qui la sua funzione orientativa e di sintesi: educazione al senso critico che suppone punti di riferimento che non siano elaborati dal soggetto e scoperta e rafforzamento dell’unità e coerenza della persona.
Pur con le debite differenze culturali alcune caratteristiche di don Bosco educatore possono aiutare questo delicato compito educativo:
- orientare ed indicare direttive di vita che corrispondono alle capacità e alle caratteristiche personali dell’allievo;
- guidare autorevolmente e con discrezione ad affrontare le difficoltà della crescita e del rapporto con l’ambiente;
- esprimere solidarietà nei momenti di sofferenza e di crisi;
- orientare vocazionalmente;
- accompagnare la crescita con esperienze molteplici;
- costruire rapporti di amicizia pur nel rispetto dei ruoli e delle funzioni.
Propongo un frammento del dialogo tra don Bosco e un suo antico allievo come riportato nella Lettera da Roma del 10 maggio 1884:
- (…) Ma ciò non basta: ci manca il meglio – dice don Bosco;
- Che cosa manca dunque – soggiunge l’allievo
- Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati”.
3.3. Insegnante come membro di una comunità educativa e pastorale
L’oratorio, inteso come criterio di identità e prassi educativa (casa, chiesa, scuola, cortile), rappresenta la visione totalizzante che è richiesta ad un insegnante-educatore. La scuola e il centro di formazione non possono realizzare la loro finalità educativa se non si considerano anche casa, chiesa e cortile. Siamo, in termini molto semplici ed espliciti, di fronte ad un visione contestualizzata del Sistema Preventivo. Ragione, Religione e Amorevolezza non sono disgiunte, vanno sempre viste insieme e si completano e arricchiscono a vicenda. Un amore possessivo non è ragionevole, una ragione blindata non si apre al bisogno di senso della persona e una fede avulsa dalla vita non è ragionevole e non porta all’amore.
L’altro elemento che emerge con chiarezza è che Don Bosco ha vissuto la sua missione educativa nell’ambito di una famiglia, di una comunità. “La comunità è la corda che lega insieme studenti e insegnanti in modi speciali a qualcosa che è più importante di loro stessi: valori e ideali condivisi (…) La comunità può aiutare insegnanti e studenti a trasformarsi da una raccolta di “IO” a un “NOI” collettivo, fornendo loro, in questo modo, un senso unico e duraturo di identità, appartenenza e collocazione” (T.J.Sergiovanni, Costruire comunità nelle scuole LAS Roma, 2000, citato in S.Ferraroli, Educare si può, pag. 84).
Una educazione armonica ed integrale postula una comunità, una pluralità di identità, di interventi, di riferimenti. Senza una ambiente comunitario ed aperto sarebbe impossibile educare alla libertà!
“Per questo un processo educativo vivente è sempre in qualche misura parte di una comunità educante, alla quale anche sempre rinvia. Inoltre educare alla libertà significa formarne l’attitudine alla socialità secondo le sue virtù (lealtà, iniziativa, servizio, solidarietà, ecc.) e secondo la sua naturale apertura «politica»locale, nazionale, mondiale. Non è possibile infatti educarsi alla libertà senza avvertire il legame che la propria ha con quella degli altri e di tutti gli altri” (La sfida educativa, pag. 20).
Evidenzio alcuni elementi in particolare che concorrono alla costruzione di una comunità educativa:
- l’esplicitazione del patto educativo che unisce tutte le componenti con un vincolo di fiducia e di comune intenzionalità per la realizzazione del progetto educativo;
- la partecipazione di tutte le componenti al processo educativo e formativo, nel rispetto delle finalità e della titolarità della partecipazione;
- l’immagine condivisa di comunità scolastica e formativa;
- il progetto educativo locale che, tra l’altro, enuclea valori condivisi;
- il coordinamento dei rapporti, delle competenze, dei ruoli e interventi per mezzo di norme esplicite;
- l’elaborazione di itinerari di crescita che concretizzano il processo educativo e formativo;
- la cura di uno stile educativo significativo.
“Il processo educativo, che porta alla seconda nascita dell’uomo come personalità e libertà in atto è tutto un processo sociale: la stessa libertà (…) è causalmente condizionata, oltre che dall’educando, dalla persona dell’educatore, del socio, nell’atto dell’educazione. Come al momento del concepimento fisico, così in questo processo, se è un uomo che nasce e si sviluppa è sempre una società che lo fa nascere e sviluppare” (G.Corallo, Educare la libertà, pag. 269).
3.4. Insegnante come testimone ed educatore della fede cristiana
“Don Bosco: era un grande che dovreste cercar di conoscere. Nell’ambito della Chiesa…seppe creare un imponente movimento di educazione, ridandole il contatto con le masse, che essa era venuta perdendo. Per noi, che siamo fuori della Chiesa e di ogni chiesa, egli è pure un eroe, l’eroe della educazione preventiva e della scuola-famiglia. I suoi prosecutori possono esserne orgogliosi. Noi possiamo dalla loro opera imparare qualche cosa per la scuola laica…Don Bosco? Il segreto è lì: un’idea! La nostra scuola: molte idee. Molte idee può averla anche un imbecille, prete o non prete, maestro o non maestro. Una idea è difficile. Una idea vuol dire un’anima. Una vuol essere..” (Lombardo Radice L., in «Rinascenza scolastica», Catania, 16 febbraio 1920, citato in L. Cian, Il Sistema Preventivo di don Bosco, pag.120-121).
L’idea madre di don Bosco è la salvezza del giovane. “Nelle cose che tornano a vantaggio della pericolante gioventù o servono a guadagnare anime a Dio, io corro avanti fino alla temerità” (MB 14,662). Don Bosco pensa a tutto il giovane, ha della educazione una visione integrale, tale da incontrare tutti i bisogni del giovane, ma con una chiara priorità: la salvezza dell’anima attraverso la religione. E la religione in modo espresso e inequivocabile è un pilastro del suo sistema.
Leggendo la sua esperienza e relativizzando alcuni aspetti legati al clima particolare dell’epoca possiamo indicare alcuni vari generatori di riflessione e di prassi per noi che viviamo in un contesto socio-culturale molto diverso da quello di don Bosco.
- La santità, meta dell’azione educativa di Don Bosco, è proposta ai giovani come un ideale affascinante e realizzabile: “Educare la gioventù per Don Bosco significò quindi aiutarla a salvarsi; e aiutarla a salvarsi equivalse ad aiutarla a santificarsi” ( Il Sistema Educativo di Don Bosco tra pedagogia antica e nuova, LDC, pag. 57).
- L’istruzione catechistica e la pratica sacramentale (confessione e comunione frequente) a servizio della formazione alla santità in un sobrio clima di religiosità. Don Bosco tiene molto che i suoi giovani prendano gusto alle pratiche religiose, cosa piuttosto difficile secondo lui, accetta pratiche spontanee che sorgono dai gruppi e le controlla perché siano semplici e sobrie, evitando ogni forma di bigottismo.
- La devozione mariana è alla base della esperienza cristiana e personale di don Bosco ed egualmente del suo impianto educativo ed è in questa linea presentata da lui come Madre che accoglie, comprende, aiuta e vince il male e Maestra perché da lei don Bosco ha imparato la dolcezza, la pazienza, l’amore, tratti importanti del suo sistema educativo.
- La serietà del dovere in un clima di familiarità e di gioia: “Allegria, studio e pietà”.
- Le associazioni e il gruppo erano elementi base per Don Bosco per educare al dialogo, alla corresponsabilità, alla solidarietà e a esperienze religiose significative per i giovani
E’ interessante e fecondo concludere parafrasando don Stella (Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, Vol II pag. 474) che per Don Bosco il sistema preventivo nella sua anima profonda è una spiritualità, più vissuta che formulata e incarnata nel fatto educativo (cfr. Cfr L.Cian, ibidem pag. 131, citazione interessante).
3.5. Insegnante come educatore attento e disponibile alla sua formazione
E’ determinante che siamo convinti della necessità dell’urgenza di dedicarci, proprio in qualità di educatori al nostro cambiamento, al cammino intrapreso che non possiamo interrompere o abbandonare quasi per un senso di saturazione o di malaugurata sufficienza.
Vi ripropongo quanto ho già illustrato nella programmazione di fine agosto: “Si tratta di evolvere a livello di mentalità e quindi di prassi, mutando e trasformando i paradigmi di riferimento. “La vita è un viaggio di scoperta, e il cambiamento è il catalizzatore, la fonte di energia, che ci spinge ad accettare noi stessi, amare incondizionatamente gli altri, apprezzare la vita e avvicinarci a Dio” (D.Wholey, Cambiare un miracolo possibile, pag. 3).
Prima di proporvi una specie di griglia che ho riassunto prendendola dall’opera citata mi piace proporvi una intuizione di Friedrich Nietzsche: “Gli esseri umani più spirituali, siccome in genere sono i più coraggiosi (sic!!!, nota del redattore), sperimentano anche le tragedie più dolorose; ma è proprio per questo che rendono onore alla vita, perché questa usa contro di loro le sue armi più formidabili” (D.Wholey, o.c. pag. 85).
Eccovi i principi del cambiamento:
1. Il cambiamento provoca paura (ma la paura può essere superata).
2. Il cambiamento è difficile (ma fattibile).
3. Aspettatevi il cambiamento (e godetevelo).
4. Potete cambiare voi stessi (e nessun altro).
5. Il coraggio è azione (a dispetto della paura).
6. Il cambiamento è uno scambio (perciò datevi da fare).
7. Il cambiamento è possibile (anche se non sembra).
8. Non affrontate un grosso cambiamento da soli, cercate un alleato.
9. Il segreto può essere l’accettazione (e non l’azione).
10. Il cambiamento è un processo (non un fatto puntuale).
In particolare in quanto insegnanti, formatori, educatori portiamoci con noi alcune prospettive che ci aiutino a rimanere in questo atteggiamento salutare di formazione permanente, di apertura al nuovo, di capacità di meravigliarci e di stupirci contro quel sottile e impercettibile cinismo che talvolta ci imbavaglia.
- Ci lasciamo provocare dall’importanza della diversità, del pluralismo come apertura alla complementarietà e all’educazione interculturale nella prospettiva di una cittadinanza nuova.
- Approfondiamo la nostra capacità di tolleranza come ricchezza di identità di fede e di cultura e non come vuoto globale.
- Puntiamo ad essere uomini e donne di speranza e in tal senso siamo disponibili a formarci, in linea con la Spe Salvi di Benedetto XVI.
- Siamo sensibili ad entrare nell’atteggiamento di empatia e di positività nei confronti dei giovani di don Bosco educatore.
- Intendiamo essere uomini e donne di fede in ricerca di un senso e di una ragione profonda.
“L’educatore può fare molto se più che prestare attenzione al cambiamento dell’altro, si dedica al proprio cambiamento, allo sviluppo di sé, della zona profonda, delle proprie ricchezze d’essere per divenire una persona solida, amante, comprensiva, rispettosa, libera e vicina, serena e pacificante, armonica. Allora si produce una specie di contagio di essere e di vita: la vita libera la vita, l’amore libera l’amore, l’essere fa crescere l’essere. E’ una spirale senza fondo che va verso un infinito di vita in continua espansione che coincide con l’esperienza religiosa dell’Assoluto profondo, di Dio” (L.Cian, Il Sistema preventivo di don Bosco, pag.232).
4. CONCLUSIONE
Voglio concludere queste riflessioni, un po’ arruffate ma certamente appassionate, proponendovi la citazione con cui Don Luigi Ricceri, Rettor Maggiore e figlio di questa terra, concludeva ai primi di gennaio del 1974 il Convegno Europeo Salesiano sul Sistema Preventivo: “A conclusione di queste mie parole (…) permettete che vi faccia sentire un appello, sincero ed accorato che viene rivolto da una persona – sacerdote – che accanto all’abbé Pierre, ha passato 20 anni di ministero nella rieducazione dei giovani d’oggi. Si tratta del P. Duvallet. Ecco le sue parole : “Voi avete opere, collegi, oratori per i giovani, ma non avete che un solo tesoro: la pedagogia di don Bosco. In un mondo in cui i ragazzi sono traditi, disseccati, triturati, strumentalizzati, il Signore vi ha affidato una pedagogia in cui trionfa il rispetto del ragazzo, della sua grandezza e della sua fragilità, della sua dignità di figlio di Dio. Conservatela, rinnovatela, ringiovanitela, arricchitela di tutte le scoperte moderne, adattatela a queste creature del XX secolo e ai loro drammi che don Bosco non poté conoscere. Ma per carità conservatela! Cambiate tutto, perdete, se è il caso, le vostre case, ma conservate questo tesoro, costruendo in migliaia di cuori la maniera di amare e di salvare i ragazzi che è l’eredità di Don Bosco”. (L.Ricceri, Il sistema educativo di don Bosco, pag. 314).
Faccio voti che possa essere davvero così per tutti noi.
Don Gianni Mazzali

































